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| Giovinezza:
la crisi e l'entusiasmo |
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"Bisogna, caro
amico, che io entri in qualche particolare circa un periodo penoso della
mia vita, che cominciò quando entrai nel corso di retorica e che finì l'anno
scorso. A forza di sentir parlare di increduli e di incredulità, mi chiesi
per qual ragione io credessi. Leggevo tutto quello in cui speravo di trovare
una dimostrazione della religione, ma niente mi soddisfaceva pienamente.
La mia fede non era solida e ciò nonostante meglio credere senza ragione
che dubitare, perché questo mi tormenta troppo". (a Auguste Materne, Lione,
5 giugno 1830).
"Quando i miei occhi si rivolgono verso la società, la prodigiosa varietà
degli avvenimenti fa nascere in me i sentimenti più diversi: volta a volta
il mio cuore è inondato di gioia o impregnato d'amarezza; la mia intelligenza
sogna un avvenire di gloria e di felicità o crede scorgere da lungi la barbarie
e la desolazione avvicinarsi a gran passi. Tuttavia, queste stesse considerazioni
m'animano e mi compenetrano d'una specie di entusiasmo. Mi dico che è grande
lo spettacolo a cui siamo chiamati; che è bello assistere a un'epoca così
solenne; che la missione di un giovane nella società è oggi ben grave e
ben importante. Lungi da me i pensieri di scoraggiamento!
I pericoli
sono alimento per un'anima che sente in se stessa un bisogno immenso e indefinito
che nulla potrebbe saziare. Mi rallegro d'essere nato in una epoca dove
forse potrò fare molto bene, e provo allora un rinnovato ardore per il lavoro."
(a Hippolyte Fortoul e M. Hommais, Lione, 21 febbraio 1831).
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