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La Federazione Nazionale Società di San Vincenzo De Paoli: le attività
"Martedì scorso, festa di San Vincenzo De Paoli, ci siamo tutti riuniti la mattina per la messa nella chiesa dei Lazaristi dove riposa il corpo di San Vincenzo De Paoli, e la sera dal Signor Bailly per ascoltare le relazioni delle varie sezioni, prendere conoscenza dello stato delle diverse opere, ecc. Il curato della parrocchia, il Signor Demante, professore di diritto, il Signor Binet, professore di astronomia al Collegio di Francia, alcuni altri signori che avevamo invitato per avere i loro scudi, assistevano alla seduta.
Risulta dai rapporti che la Società si compone di circa 200 membri che visitano 300 famiglie povere e distribuiscono ogni anno poco più di 4000 franchi in aiuti a domicilio, ai quattro angoli di Parigi.
Inoltre possediamo una casa per apprendisti stampatori, dove alloggiamo, manteniamo e istruiamo dieci ragazzi poveri, quasi tutti orfani. Alcune caritatevoli persone ci pagano una mezza pensione per ognuno di loro; tuttavia questa sistemazione ci costa circa 250 franchi al mese; essi imparano a stampare nei bei laboratori del Signor Bailly e qualcuno di noi dà loro lezioni di scrittura, di calcolo, di storia sacra, ecc. Un nostro amico ecclesiastico fa loro il catechismo; ve ne sono anche due più grandi ai quali si insegna un po' di latino, ciò che è adesso necessario per essere ammessi come correttori e anche come compositori nelle buone stamperie parigine.
Per curarli essi hanno un brav'uomo ed una brava donna senza figli, i quali sono entusiasti della loro famiglia adottiva. Il marito è impiegato in un ufficio, la moglie non ha niente da fare; noi gli diamo l'alloggio e inoltre una piccola indennità in denaro. Il giorno di San Vincenzo De Paoli si è fatto festa per i ragazzi e si è dato loro un piccolo pasto del quale sono rimasti entusiasti. Abbiamo motivo di sperare che quest'istituzione prospererà. Tuttavia, quando l'abbiamo fondata, mi sembrava una gran pazzia, non avevamo che 180 franchi; la Provvidenza vi ha provveduto.
Adesso io sono convinto che in fatto di opere di carità non bisogna mai preoccuparsi delle risorse finanziarie, arrivano sempre.
Alcuni nostri colleghi sono stati incaricati dal presidente del tribunale civile di far visita ai fanciulli detenuti su richiesta dei loro genitori. Si fa ciò che si può; si danno loro tutti i giorni delle lezioni ma è un'opera molto ingrata.
Questi piccoli sfortunati, sono per la maggior parte corrotti fino in fondo al cuore, ed essendo il periodo di detenzione non più lungo di tre mesi, è impossibile correggerli. Non importa, si semina sempre, lasciando a Dio la cura di far germogliare il seme a suo tempo. Se si hanno poche consolazioni da questa parte, se ne hanno altrove. Si è ottenuta l'abiura di una povera malata protestante, si è fata fare la prima comunione a parecchi poveri moribondi. Abbiamo fatto sposare in chiesa e davanti allo stato civile delle persone che vivevano insieme da tanto tempo. Io vi parlo liberamente di tutte queste opere perché so che vi interesseranno e perché io non vi ho che una piccola parte.
In ogni modo, siccome queste opere sono quelle dei miei amici, siccome siamo associati, esse mi appartengono anche in questo senso. In questo "commercio" di carità nel quale si è voluto ammettermi, io metto poco e prendo molto.
Il Governo e l'Autorità ecclesiastica sono stati informati dell'esistenza della nostra piccola società e ne hanno mostrato molta soddisfazione. Abbiamo tra i nostri amici un pari di Francia, dei nobili, dei bravi artisti, un musicista che un mese fa faceva accorrere Londra intera ai suoi concerti, degli impiegati del ministero, vecchi sansimoniani, degli ingegneri, avvocati in quantità, dei medici, degli studenti, dei piccoli commercianti, fino a dei commessi di negozio. Le due sole cose che abbiamo in comune sono: la giovinezza e la rettitudine delle intenzioni" (a sua madre, Parigi, 23 luglio 1836).

"Cerchiamo di non raffreddarci, ma ricordiamoci che nelle cose umane non c'è successo possibile che attraverso uno sviluppo continuo e che non camminare equivale a cadere. Io sono dunque partigiano delle innovazioni, delle suddivisioni, di nuove Conferenze, di corsi, di quanto altro piacerà. Spero nella riuscita a condizione del coraggio, occorre fare qualcosa al più presto. Io spingerò con tutte le mie forze" (a Henri Pessonneaux, Lione, 2 novembre 1834).

 
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