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Le virtù vincenziane
Semplicità
a semplicità è la virtù che mi è più cara di tutte e alla quale mi sembra di stare più attento in ogni mia azione e, se mi è lecito dirlo, vi faccio un pochino di progresso, per la misericordia di Dio.
(a Francesco du Coudray C.M.)

Umiltà
1. Lavoriamo con spirito di umiltà, con rispetto e compassione; altrimenti Dio non benedirà il nostro lavoro. E ci verrà tolta la povera gente. Giudicheranno che nel nostro modo di fare c'è vanità e non crederanno più a noi. Infatti non si presta fede a chi è soltanto un gran sapiente, ma a chi ha saputo farsi stimare ed amare. Il demonio è molto sapiente, eppure non crediamo a ciò che dice, perché non l'amiamo. A nostro Signore è convenuto prevenire col suo amore coloro che ha voluto che credessero in lui. Facciamo pure tutte le opere che vogliamo; ma se non c'è un po' d'amore e di compassione verso quelli che istruiamo, essi non ci crederanno. E noi non produrremo che del gran fracasso, suono di trombe e poco frutto.
(ad Antonio Portail C.M.)
2. Ho viaggiato con tre carmelitani scalzi senza aver potuto distinguere quale fosse il superiore, e solamente lo seppi quando lo domandai tre giorni dopo ch'ero stato con loro; e questo perché il superiore viveva con gli altri con bontà, dolcezza, condiscendenza ed umiltà, e gli altri vivevano con lui con confidenza e semplicità. O signore, chi ci darà un tale spirito?
(a Roberto de Sergis C.M.)

Umiltà di San Vincenzo
1. È piaciuto a Dio servirsi di questo miserabile per la conversione di tre persone; ma devo confessare che l'anima di tanto bene è stata la dolcezza, l'umiltà e la pazienza nel ragionare con questi poveri sviati. Le prime due persone non mi sono quasi affatto costate perché avevano buone disposizioni; ma con la terza ho dovuto spendere due giorni. Ho voluto dirvi questo per mia confusione, affinché la Compagnia veda che, se è piaciuto a Dio servirsi del più ignorante e miserabile di essa, più efficacemente si servirà di ciascuno dei suoi membri.
(a Francesco du Coudray C.M.)
2. Non importa che la persona con cui dovete trattare abbia un po' di cattiva fama: forse è una falsa voce, oppure ella se ne sarà emendata. La Maddalena, dall'istante della sua conversione, divenne compagna della Vergine e seguace di nostro Signore. Poiché io sono un gran peccatore, non posso rigettare coloro che lo sono stati, purché abbiano buona volontà.
(a S. Luisa de Marillac)
3. La mia miseria è tanto grande, ch'io sono sempre nella polvere delle mie imperfezioni; e mentre la mia età di sessant'anni dovrebbe esser potente stimolo a farmi lavorare per l'emendazione della mia miserabile vita, non so come avvenga ch'io vi progredisco meno che mai. Le vostre preghiere, signor Escart, amico mio caro, m'aiuteranno ad ottener questo, e anche quelle di tante anime buone che sono costà.
(a Pietro Escart C.M.)
4. Bisogna studiarci di far regnare Iddio sovranamente prima in noi, e poi negli altri. Il mio male però è che ho più cura di farlo regnare negli altri che in me. Quale accecamento ho in questo e come prego di cuore Iddio che non mi si voglia imitare!
Ve lo dico con le lacrime agli occhi.
(a Lamberto aux Couteaux C.M.)
5. Ma che dite mai, signore, facendomi sapere che m'avete dedicato un libro! Se aveste pensato che son figlio d'un povero bifolco, non m'avreste procurato questa confusione, né avreste fatto al vostro libro il torto di mettere sul suo frontespizio il nome di un povero prete, che non ha altro lustro che di miserie e peccati. In nome di Dio, se si è ancora in tempo di dedicare codesta opera a qualcun altro non mi caricate addosso una tale obbligazione.
(a Michele Alix, Curato ad Aumône)
6. La Congregazione cresce in numero e in virtù, per la misericordia di Dio, come ho potuto costatare nelle mie visite e come tutti riconoscono. Non ci sono che io, miserabile, che ogni giorno di più vado caricandomi di nuove iniquità ed abominazioni. O come è misericordioso Dio nel sopportarmi con tanta pazienza e longanimità, e come al contrario io sono cattivo e miserabile per l'abuso che faccio di tanta sua misericordia! Vi supplico, signore, di offrirmi spesso alla sua divina Maestà.
(lettera a un missionario)

"Agrodolcezza"
Ricordatevi che se la dolcezza del vostro spirito ha bisogno d'un filo d'aceto per ben governare, dovete toglierlo dallo spirito di nostro Signore. Sapessimo noi ben trovare l'agrodolce quando è necessario!
(a S. Luisa de Marillac)

Fedeltà alla volontà di Dio
1. Lasciate che Dio faccia in voi pienamente la sua volontà, e ricercate questa sola divina volontà nella pratica dei vostri esercizi. Essi vi devono bastare per offrirvi a Dio ed essere tutta sua.
Notate quanto poco ci vuole per divenire santa: basta fare in ogni cosa la volontà di Dio.
(a S. Luisa de Marillac)
2. Le opere di nostro Signore non si fanno tanto con la moltitudine degli operai quanto con la fedeltà del piccolo numero che Egli chiama.
(a Giovanni Martin C.M.)

Fiducia nella Provvidenza
1. Vi rispondo che è vero che io indugio troppo a fare le cose; ma vi dico pure che, nonostante i miei indugi, non ho ancora visto un affare guastato per effetto del mio indugio, e tutto, anzi, s'è fatto a tempo e con le attenzioni e le precauzioni necessarie.
Scorrendo con la mente tutte le cose che sono state compiute in questa Compagnia, mi pare, ed è facilissimo dimostrarlo, che se si fossero fatte prima del tempo in cui sono state fatte, non sarebbero riuscite bene. Dico tutte, nessuna eccettuata. E questo è perché ho una particolare devozione a seguire, passo passo, l'adorabile Provvidenza di Dio.
(a Bernardo Codoing C.M.)
2. Riempiamoci il cuore di una grande fiducia nell'aiuto di Dio; è questo il mezzo supremo per compiere felicemente l'opera sua. Avete scoperto il segreto; e chiunque non lavorerà con questo spirito, abbia pure molta capacità, non riuscirà mai a far nulla, né per sé né per gli altri. Teniamoci dunque fermi in questa cara fiducia in Dio, che è la forza dei deboli e l'occhio dei ciechi. E se anche le cose non andassero secondo i nostri piani e i nostri pensieri, non dubitiamo mai che la Provvidenza le ricondurrà a ciò che è necessario per il nostro maggior bene.
Dio sa far risplendere la sua gloria anche dalle intenzioni storte e molte anime saranno ugualmente salvate.
(a Giovanni Martin C.M.)

Non giudicare
Abituatevi a giudicare le cose e le persone sempre ed in tutto dal lato buono. Se un'azione ha cento facce, dice il beato Francesco di Sales, guardatela da quella migliore. In nome di Dio, facciamo in questo modo, anche se lo spirito e la prudenza umana ci dicono il contrario. Ho avuto anch'io questo increscevole temperamento di giudicare tutte le cose e tutte le persone secondo il mio povero cervello; ma ora l'esperienza mi fa vedere la felicità di agire in tutt'altro modo, e come Dio lo benedice.
(a Guglielmo Delattre C.M)

Carità e giustizia
1. Non v'è carità che non debba essere accompagnata dalla giustizia; né che ci permetta di fare più di quanto ragionevolmente possiamo.
(a Francesco du Coudray C.M.)
2. Dio ci faccia la grazia di intenerire i nostri cuori verso i miserabili e di credere che, soccorrendoli, facciamo opera di giustizia e non di misericordia. Sono nostri fratelli che Dio ci comanda di assistere: facciamolo dunque come incaricati da Lui e nel modo insegnatoci dal Vangelo.
(a Firmino Get C.M.)

Carità e politica
"Monsignore,
mi prendo la libertà di scrivere a Vostra Eminenza. La supplico di consentirmi di dire che Parigi, come ora io la vedo, si è ravveduta e chiede con tutto il cuore e con una voce sola il ritorno del re e della regina. Ovunque io vada, con chiunque io parli, non mi si fa che lo stesso discorso.
Assolutamente tutte le dame della Carità, che sono fra le più in vista di Parigi, mi dicono che, se le Loro Maestà si avvicinano alla città, esse, come un reggimento di signore, andranno a riceverle in trionfo. Stante questa situazione, Monsignore, io penso che Vostra Eminenza farebbe un atto degno della sua bontà, se consigliasse al re e alla regina di ritornare a riprendere possesso della loro città e dei cuori di Parigi. Per quello che riguarda le opposizioni a questo ritorno, espongo le difficoltà che mi sembrano più considerevoli e la mia risposta ad esse, che prego con profonda umiltà Vostra Eminenza di leggere e di considerare.
La prima difficoltà che si obietta è che, quantunque vi siano in Parigi parecchie anime buone e buoni cittadini che la pensano come ho detto sopra, ve ne sono purtroppo anche tanti altri di sentimenti contrari, e tanti altri ancora che sono indifferenti del tutto. AI che rispondo, Monsignore, che, a parer mio, i contrari sono un piccolissimo numero e, almeno io, non ne conosco uno solo e che gli indifferenti, dato pur che ve ne siano, saranno subito trascinati dalla moltitudine e dall'entusiasmo di coloro che caldeggiano la causa del re e che sono la grande maggioranza di Parigi; forse farebbero eccezione soltanto coloro che temono di essere puniti, a meno che non fossero rassicurati dall'amnistia.
Secondo: "c'è da temere che la presenza dei capi del partito avversario provochi il ripetersi della giornata del palazzo e di quella del municipio". AI che rispondo che uno dei due sarà felice di cogliere questa occasione per riconciliarsi col re, e l'altro, vedendo Parigi ritornata nell'obbedienza al re, si sottometterà; di questo non c'è da dubitarne; lo so da buona fonte.
In terzo luogo, alcuni potranno forse dire a Vostra Eminenza che "Parigi bisogna castigarla se la si vuol domare". Ma io penso, Monsignore, che Vostra Eminenza dovrebbe ricordare come si comportarono i re ogni volta che Parigi si è ribellata: troverà che essi preferirono agire con mitezza e che Carlo VI, per avere punito un gran numero di ribelli, non fece che versar olio sul fuoco per incendiare così anche il resto; tanto che gli insorti continuarono per sedici anni ancora la ribellione, si opposero al re più di prima e si ricollegarono con tutti i nemici dello Stato. Ed infine, Enrico III, e lo stesso re, certamente non si sono trovati bene quando hanno assediato Parigi.
Quanto a dire che Vostra Eminenza farà la pace con la Spagna e trionfante piomberà su Parigi per ridurla alla ragione, rispondo, Monsignore, che non solo non riconquisterà i cuori della nazione con una pace stipulata colla Spagna, ma che, al contrario, si attirerà addosso più odio che mai, se, come si va sussurrando in giro, Vostra Eminenza intendesse davvero restituire agli Spagnoli ciò che loro è stato tolto. In questo caso Vostra Eminenza dovrà temere, e con ragione, quello che accadde a Carlo III, reggente del regno e incoronato re presuntivo, il quale, per aver abbandonato agli Inglesi la Normandia ed alcune città della Fiandra, col patto che dipendessero sempre dalla corona, inasprì talmente gli animi contro di lui che, in una loro assemblea straordinaria convocata ad hoc, gli Stati Generali costrinsero questo povero principe a fuggire in incognito e a morire in miseria nel villaggio in cui si era nascosto.
Se, poi, si volesse sostenere che sarebbe meglio trattare con la Spagna e coi signori principi prima che le Loro Maestà ritornino in Parigi, permettete, Monsignore, che io vi dica che, in questo caso, Parigi sarebbe compresa nelle clausole del trattato di pace, e che pertanto essa attribuirebbe il beneficio dell'amnistia alla Spagna e ai detti signori e non al re; il che significherebbe che la loro riconoscenza sarebbe tale che, alla prima occasione i parigini parteggerebbero per loro.
Qualcuno potrà suggerire a Vostra Eminenza che i suoi interessi particolari esigono che il re non conceda il suo perdono a questo popolo e non ritorni a Parigi senza di voi; anzi, che bisogna imbrogliare le cose e continuare ancora la guerra per dimostrare che non è Vostra Eminenza che eccita la tempesta, ma la malignità di quegli uomini, i quali non vogliono sottomettersi alla volontà del loro principe. Ed io rispondo, Monsignore, che non importa tanto che il ritorno di Vostra Eminenza preceda o segua quello del re, purché esso avvenga, e che, una volta tornato il re in Parigi, Sua Maestà potrà far tornare Sua Eminenza quando le piacerà; e di ciò ho avuto piena assicurazione. E poi, se Vostra Eminenza, - che si preoccupa prima di tutto del bene del re, della regina e dello Stato, - contribuisce a riunire la casa reale e Parigi sotto l'obbedienza del re, certamente, Monsignore, voi riconquisterete i cuori, e dopo poco sarete richiamato e nel migliore dei modi, come ho già detto. Ma fintantoché gli animi saranno agitati, si deve seriamente temere che mai si farà la pace ad una simile condizione, perché in questo proprio consiste la follia popolare, che vittime di tale malattia - e l'esperienza lo dimostra - non saranno mai guarite da quelle stesse cause, che sono l'origine della loro aberrazione. Se poi fosse vero, come si va dicendo, che Vostra Eminenza ha dato ordine che il re non ascolti i signori principi e non conceda loro il salvacondotto per recarsi dalle Loro Maestà, che non si accolga nessuna deputazione o rappresentanza e che a tale scopo vostra Eminenza ha circondato il re e la regina dei suoi propri cortigiani stranieri, perché impediscano in modo assoluto di giungere a parlare alle Loro Maestà, sì dovrebbe seriamente temere, Monsignore, che di questo passo, la possibilità della pace non sfumi e l'odio del popolo non si cambi in furore. Al contrario, se Vostra Eminenza consiglierà al re di venire a ricevere le acclamazioni di questo popolo, ella guadagnerà i cuori di tutti quei cittadini del regno, che conoscono bene l'ascendente di Vostra Eminenza sul re e sulla regina, e tutti riconosceranno che questo favore è loro venuto da Vostra Eminenza.
Ecco, Monsignore, quanto ardisco farle presente, fiducioso che ella non lo prenderà in mala parte, soprattutto quando ella saprà che io non ho detto a nessuno, eccetto che ad un fedelissimo dì Vostra Eminenza, che mi sarei preso l'onore di scriverle, che non ho più relazione con quei miei antichi amici che sono di sentimenti contrari alla volontà del re, che a nessuno ho fatto leggere la presente e che vivrò e morrò nell'obbedienza che devo a Vostra Eminenza, alla quale N.S. mi ha legato in modo particolare. Di questo dò la più ferma assicurazione, volendo essere per sempre, Monsignore, suo umilissimo, obbedientissimo e fedelissimo servo.

Vincenzo Depaul
(lettera al Card. Mazzarino)

 
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