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| La
Madonna mi ha liberato |
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Racconto
della liberazione dalla schiavitù tunisina
Dio m'ispirò sempre una grande fiducia di venir liberato [dalla schiavitù]
per le incessanti preghiere che rivolgevo a lui e alla santa Vergine Maria;
e credo fermamente d'aver ottenuto questa grazia per la sola sua intercessione.
Il vento ci fu così propizio che quel giorno sarebbe bastato per
giungere a Narbona, cioè per compiere un viaggio di cinquanta leghe,
se Dio non avesse permesso che tre brigantini turchi, i quali costeggiavano
il golfo di Lione per impadronirsi delle barche che venivano da Beaucaire,
dov'era una fiera ch'è considerata una delle più belle di
tutta la cristianità, non ci avessero investito e sì vivamente
attaccato, che due o tre dei nostri essendo rimasti uccisi, gli altri feriti,
ed io pure, che ebbi un colpo di freccia da servirmi di orologio per tutto
il resto della mia vita, non fossimo stati costretti ad arrenderci a quei
felloni e peggiori delle tigri, i cui primi impeti di rabbia furono di tagliare
in cento mila pezzi il nostro pilota per aver perduto uno dei principali
fra essi e quattro o cinque forzati, che i nostri avevano ucciso. Ciò
fatto, c'incatenarono e, dopo averci grossolanamente medicato, continuarono
la loro impresa, facendo mille ruberie e dando nondimeno la libertà,
dopo averli derubati, a quelli che si arrendevano senza combattere. Infine,
carichi di mercanzia, in capo a sette od otto giorni, presero la rotta di
Barberia, ch'è tana e spelonca di predatori, senza il permesso del
Gran Turco; e là appena arrivati, ci esposero in vendita con processo
verbale della nostra cattura, che dicevano essere stata fatta in una nave
spagnola, perché, senza questa menzogna, noi saremmo stati liberati
dal console che il re ivi tiene per render libero il commercio ai francesi.
Il loro modo di procedere per la nostra vendita fu che, dopo averci spogliati
nudi, c'infilarono a ciascuno un paio di brache, una casacca di lino ed
in capo una cuffia e ci menarono per la città di Tunisi dov'erano
venuti apposta per venderci. Avendoci fatto fare cinque o sei giri con la
catena al collo, ci ricondussero al battello, perché i mercanti venissero
a vedere chi poteva ben mangiare e chi no, per mostrare che le nostre piaghe
non erano affatto mortali. Dopo ciò, ci ricondussero in piazza, dove
i mercanti ci fecero una visita proprio come si fa per la compra d'un cavallo
o d'un bove, aprendoci la bocca per esaminare i denti, palpandoci i fianchi,
esplorando le nostre piaghe e facendoci camminare a passo, trottare e correre,
poi sollevare pesi e poi lottare per veder la forza di ciascuno e mille
altre sorta di brutalità.
Una delle sue tre mogli... servì di strumento all'immensa misericordia
di Dio per ritrarre il marito dall'apostasia, farlo rientrare nel seno della
Chiesa e liberare me dalla schiavitù. Curiosa com'ella era di conoscere
il nostro modo di vivere, veniva tutti i giorni a visitarmi nei campi dove
stavo scavando dei fossi ed una volta mi comandò di cantare delle
lodi al mio Dio. Il ricordo del "Come possiamo cantare un cantico al
Signore in terra straniera?" (Sal 136, 4) dei figli d'Israele schiavi
in Babilonia, mi fece cominciare, con le lacrime agli occhi, il salmo "Sulle
rive dei fiumi di Babilonia..." (Sal 136, 1), e poi la Salve, Regina,
e parecchie altre cose; nel che ella ebbe tanto piacere quanto grande fu
la sua meraviglia.
E non si trattenne quella sera stessa di dire al marito ch'egli aveva avuto
torto d'abbandonare la sua religione, la quale a lei pareva invece sommamente
buona, per avermi sentito parlare del nostro Dio e per le lodi che avevo
cantato in sua presenza. E diceva d'avervi gustato un sì divino piacere
che non credeva che il paradiso dei suoi padri e quello da essa sperato
fosse così glorioso, né accompagnato da tanta gioia quanto
grande era stato il godimento suo nel tempo ch'io lodavo il Signore. E concludeva
doverci essere in ciò qualche cosa di straordinario.
(Al signor de Comet, Avvocato della Corte presidiale di Dax)
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