Benigno e Antonella raccontano l’esperienza vissuta e come il volontariato diventa carità concreta, vicinanza e dono quotidiano di sé.
In occasione del Giubileo per i 400 anni della Congregazione della Missione, la Famiglia Vincenziana ha vissuto un momento significativo del suo impegno verso gli ultimi: il pranzo con 1.300 persone in situazione di fragilità, organizzato nell’Aula Paolo VI in occasione della Giornata Mondiale dei Poveri.
Tra i volontari impegnati nel servizio ai tavoli erano presenti i membri della Società di San Vincenzo De Paoli, provenienti da diversi Paesi.
Tra loro, Antonella Catanzani, volontaria e responsabile di diverse iniziative e progetti mirati a contrastare l’esclusione sociale e le diverse forme di marginalità, che da trent’anni dedica tempo, energie e cuore alle persone più sole e vulnerabili e Benigno Passagrilli, Coordinatore Interregionale Lazio e Umbria della Società San Vincenzo De Paoli.
Le loro voci ci aiutano a capire cosa significhi vivere la carità nel dono quotidiano di sé, nel servizio umile e nella vicinanza concreta ai poveri anche alla luce dell’esortazione apostolica Dilexi Te.
In un clima di fraternità volontari di Paesi diversi, lingue diverse, storie diverse si sono compresi: «Parlavamo la stessa lingua, la lingua del Vangelo fatta di vicinanza, presenza, amore incondizionato capace di farsi prossimo dell’altro nei sui bisogni», dichiara Antonella Catanzani.
Nel servizio offerto Benigno e Antonella hanno colto negli sguardi degli ospiti una gratitudine silenziosa amplificata dalla presenza di Papa Leone XIV che, con la sua vicinanza e semplicità, ha fatto sentire ciascuno guardato e riconosciuto. «È stata un’esperienza che porterò per sempre nel cuore: eccezionale per il contesto, ma allo stesso tempo familiare per me che da trent’anni vivo affianco a persone povere o sole con le quali condividiamo gioie, sofferenze, attese, speranze», afferma Antonella.
In quei momenti i volontari della Società di San Vincenzo De Paoli hanno potuto testimoniare la credibilità di una fede che è passata attraverso mani che servono, sguardi che si incontrano, vite che si avvicinano senza paura e vergogna.
Servire i più fragili in Aula Paolo VI è stata un’occasione preziosa, un modo per esserci, per rafforzare la loro missione affianco agli ‘ultimi’. Una missione che è fatta di una presenza quotidiana capace di prendersi cura dell’altro e riconoscere una sofferenza, spesso nascosta.
«La povertà non è sempre visibile: è silenziosa, a volte vestita “in giacca e cravatta”. Bisogna rimanere attenti anche dinanzi le più piccole avvisaglie», confida Antonella e pone l’attenzione sui cambiamenti odierni: «Oggi, i volti della povertà segnano anche i più giovani. Si tratta di neo laureati che non riescono a trovare stabilità, studenti che non possono sostenere gli studi. E poi tanti ragazzi stranieri che rischiano la dispersione scolastica e la marginalità». L’ardita missione dei volontari è quella di avere uno sguardo capace di andare oltre.
Il senso di comunità cristiana: quando la carità crea legami
Giorno dopo giorno, attraverso una presenza costante, i volontari operano al servizio dell’altro, nei suoi innumerevoli bisogni, contribuendo alla nascita di una comunità cristiana capace di accogliere, di sostenere, di restituire dignità. Una comunità che inizia dalla famiglia: Antonella e Benigno testimoniano come il volontariato sia contagioso. Benigno afferma con soddisfazione e gratitudine: « Nei miei 25 anni di volontariato nella Società di San Vincenzo De Paoli sono riuscito a coinvolgere anche i miei cari, che sono diventati parte attiva del servizio. Un cammino condiviso che ci consente di guardare la vita con una consapevolezza diversa: tutto è un dono gratuito di Dio da condividere con i fratelli meno fortunati».
L’aiuto ai poveri alla luce dell’esortazione apostolica ‘Dilexi Te’
L’esortazione apostolica Dilexi Te di Papa Leone XIV invita tutta la Chiesa ad ascoltare il grido del povero, a non dimenticare nessuno, a esercitare una carità che ridona dignità e speranza.
Benigno e Antonella vivono questo invito nella concretezza del servizio quotidiano: «Nessuno va lasciato indietro. Essere vicino significa stare accanto all’altro, saper ascoltare, dialogare, dare speranza aiutando l’altro a uscire dallo stato di bisogno. Offrire percorsi che permettano alle persone di rialzarsi e ritrovare autonomia, andando oltre l’aiuto materiale».
La povertà richiede attenzione, rispetto, fiducia. Un semplice gesto – uno sguardo, una stretta di mano, un tempo condiviso - può restituire dignità.
Negli anni di volontariato, ricordate un episodio che vi è rimasto particolarmente a cuore?
Antonella ci parla di Giovanni, un uomo che viveva in una baracca e che tutti evitavano. «Era scontroso, isolato, segnato dalla vita. Io continuavo a parlargli, anche quando sembrava non volermi ascoltare. Un giorno fu ricoverato per un tumore: non aveva nulla con sé se non un foglietto con il mio numero, conservato per anni. L’ospedale mi chiamò e quando arrivai scoppiò in un pianto liberatorio. L’ho accompagnato fino alla fine, fino al funerale. In quel legame ho compreso ancora di più il senso del nostro servizio: essere accanto».
Benigno ricorda Francesco (nome di fantasia) l’uomo che incontrava ogni mattina davanti la chiesa vicina al suo lavoro. Era sempre lì, seduto sul solito gradino, infreddolito e con lo sguardo provato: «Aveva i capelli arruffati, la barba lunga, i vestiti stropicciati. Mi fermavo ogni giorno da lui e, ogni giorno, lo ascoltavo mentre mi raccontava un po’ di se», confida Benigno e aggiunge: «Una mattina lo trovai sbarbato, vestito con cura, i capelli in ordine. Gli chiesi cosa fosse successo. Piangendo, mi rispose: “Mi hanno offerto un posto di lavoro e mi sono nuovamente preso cura di me…”. Abbassa lo sguardo, mi guarda e dice: «Vedi, anche io sono un uomo… un bell’uomo!»
Da quel giorno Benigno non lo ha più trovato seduto su quel gradino: «Ogni volta che passo da lì mi ritorna alla mente il suo viso. Manca un po’, ma sono felice per lui», conclude.
Queste storie sono un richiamo profondo a ciò che caratterizza la Società di San Vincenzo De Paoli fin dalla sua nascita: il coraggio di avvicinarsi ai più fragili, non dall’alto ma “fianco a fianco”.
Il volontariato è presenza che resta, che accompagna, che restituisce dignità. Le persone ferite non chiedono solo beni materiali, ma qualcuno che sappia amare. È in questo restare accanto che il volontariato diventa Vangelo vissuto.
Sempre al fianco
Da 192 anni, con oltre 12.000 soci e volontari, la Società di San Vincenzo De Paoli raggiunge più di 30.000 famiglie in tutta Italia, portando ascolto, sostegno e relazioni che restituiscono speranza. Perché la carità non è solo aiuto. È condivisione, è comunità, è Vangelo vissuto. Ed è fatta di persone che scelgono ogni giorno di restare accanto agli ultimi.
Come ricordava il beato Federico Ozanam, fondatore delle Conferenze di San Vincenzo: «L’assistenza umilia quando si preoccupa soltanto di garantire le necessità terrene dell’uomo, ma onora quando unisce al pane che nutre, la visita che consola, il consiglio che illumina, la stretta di mano che ravviva il coraggio abbattuto, quando tratta il povero con rispetto» (L’Ere Nouvelle, 1848).