Da 190 anni al servizio nella speranza

1833. L’anno della rivoluzione. No, non abbiamo commesso nessun errore. Non stiamo parlando della Rivoluzione Francese (1789-1799), ma della rivoluzione della Carità: quella che partì in silenzio in un piano ammezzato di Rue de Petit-Bourbon-Saint-Sulpice a Parigi, dove il Beato Federico Ozanam, insieme ai giovani amici Le Taillandier, Lamache, Lallier, Devaux, Clavè (tutti all’incirca ventenni) ed al professor Bailly presero la storica decisione di fondare la prima Conferenza di Carità, che da lì a un paio d’anni avrebbe preso il nome di Società di San Vincenzo De Paoli. Ma perché parliamo di “rivoluzione”? Perché fino a quella data la Carità era considerata competenza esclusiva della Chiesa. Per la prima volta, 190 anni fa, un gruppo di laici si organizzava per esercitare la Carità senza appartenere a nessun ordine di consacrati o religiosi. Il che non vuole assolutamente dire operare al di fuori della Chiesa, perché i laici sono parte di essa. Studenti, giornalisti, operai e commercianti, diedero vita a quella che ben presto diventò una delle più grandi Associazioni al mondo. Uno sguardo profetico che lo stesso San Giovanni Paolo II, nell’omelia per la beatificazione di Federico Ozanam (22 agosto 1997), ha riconosciuto essere precursore della Costituzione Conciliare "Lumen Gentium", che si riferisce ai laici come membra vive, chiamati chiunque essi siano, a contribuire con tutte le forze all'incremento della Chiesa e alla sua santificazione permanente (cfr. LG 33). Scrive Federico Ozanam, di cui ricorre quest’anno il 210° dalla nascita: “Noi non siamo che un'associazione nascente, fondata da dodici anni, composta soprattutto da laici e da giovani che vogliono provvedere alla loro salvezza. […] Il nostro primo scopo è stato quello di consolidare la fede e di rianimare la carità nella gioventù cattolica, di rafforzare i ranghi con amicizie edificanti e solide, e di formare così una nuova generazione, capace di riparare, se è possibile, il male che l'empietà ha fatto nel nostro paese. Il primo modo di realizzare questo disegno fu di radunarsi tutte le settimane, di imparare così a conoscerci e ad amarci; e al fine di dare un interesse alle nostre riunioni, intraprendemmo la visita dei poveri a domicilio: gli portammo del pane, dei soccorsi temporali di vario genere, e soprattutto dei buoni libri e buoni consigli. Questa Società, fondata dodici anni fa da otto giovani, del tutto oscuri, conta oggi circa 10.000 membri, in 133 città; si è insediata in Inghilterra, in Scozia, in Irlanda, in Belgio, in Italia. Si sono sempre perseguiti questi due principali risultati: la santificazione della gioventù cristiana e la visita dei poveri a domicilio. Noi abbiamo in ciascuna città delle opere pei gli ammalati, per l'istruzione dei bambini, per il collocamento di operai, che sono affidate a dei comitati poco numerosi e soccorsi dal denaro della Società tutta intera. Possa l'unione della nostra umile Società diventare il simbolo dell'unione di tutti i popoli al di là e al di qua dei mari, nella pratica della legge di Dio, nella fedeltà alla fede, nell'attaccamento alla SS. Chiesa Romana e nell'amore di Nostro Signore Gesù Cristo. Christus vincit! Christus regnat! Christus imperat!” (Al Presidente della Società di San Vincenzo De Paoli del Messico, Parigi, 19 settembre 1845). Dunque, appena dodici anni dopo la sua fondazione, la Società di San Vincenzo De Paoli era già approdata in un altro continente ed era già composta da un numero ragguardevole di iscritti. Oggi l’Associazione conta 2.300.000 volontari suddivisi in 47.000 Conferenze sparse in 154 Paesi del mondo. Ed ha perfino un seggio consultivo all’ONU. Chissà se quella sera, seduti attorno a un tavolo di Rue de Petit-Bourbon-Saint-Sulpice, Ozanam ed i suoi amici avrebbero mai pensato che 190 anni dopo ci saremmo trovati tanto numerosi ad operare in cinque continenti!

Generazioni e generazioni di soci e volontari, ancora oggi, si muovono nel solco tracciato dai nostri fondatori, traendo forza e ispirazione dal loro carisma: “un'associazione nata da giovani – prosegue San Giovanni Paolo II nella sua omelia - disposti, attraverso il rapporto personale diretto nella visita a domicilio del povero, alla condivisione di ogni forma di povertà e di emarginazione nella ricerca della giustizia sociale. Essa si propone di mantenere vivo lo spirito del Fondatore, adeguandolo alle molteplici esigenze delle nuove povertà, in piena comunione con la Comunità ecclesiale”.

Conosciamo il pensiero di Federico Ozanam grazie a centinaia di lettere ed articoli (se ne contano più di 1500) che ha prodotto, nella sua pur breve vita. Molti li troviamo raccolti nei due volumi “Lettere scelte” e “Scritti sociali e politici” curati dal Confratello Maurizio Ceste. Nel 1865, Amelie Soulacroix, la moglie di Ozanam, decise di pubblicare 173 lettere del marito. Scriveva: “È leggendo le lettere di Federico che lo potrete conoscere, meglio che leggendone le varie biografie”. Ed è proprio così: chi si addentra tra le righe dei manoscritti di Federico può scoprire il suo lato umano. Non è affatto “una statua equestre”, come osserva Amelie (lettera alla madre Zélie Soulacroix, 21 ottobre 1855), ma ci appare come il ritratto di una persona viva, con tutti i suoi dubbi, le sue debolezze, con un bagaglio di desideri ed aspirazioni. Una persona comune, con la capacità “fuori dal comune” di immaginare un’Associazione capace di sopravvivere a due secoli di storia. Un uomo che, mentre sente stretta la propria professione di avvocato (cfr. articolo a pag. 17) e non si vergogna di chiedere raccomandazioni per ottenere una cattedra universitaria, viene spinto dalla sua sete d’infinito a costruire una rete di carità capace di avvolgere il Mondo intero. Una rete di cui noi, Consorelle e Confratelli, oggi facciamo parte. Perché anche noi, lettori di questa rivista e soci della Società di San Vincenzo De Paoli, conserviamo nel nostro animo una eco del carisma di Federico Ozanam, che si riverbera nelle nostre azioni. Anche noi, pur essendo e rimanendo persone normali, siamo capaci di gesti straordinari, quali il restituire il sorriso ad una persona in difficoltà, affiancare una famiglia non accontentandoci di dare loro quel che serve per pagare una bolletta od una rata dell’affitto – cosa che non farebbe che rinnovare all’infinito, scadenza dopo scadenza, il loro essere etichettati come “poveri” – ma, ispirati dal pensiero dei nostri fondatori, offriamo a chi si affida a noi la possibilità di seguire un percorso di crescita personale finalizzato alla fuoriuscita dalla condizione di povertà. Stacchiamo con vigore e forza quell’etichetta che a torto gli è stata imposta. Restituiamo a quelle donne e quegli uomini la dignità che gli occorre per tornare a sentirsi parte della società che li circonda. Ecco che il miracolo compiuto da Federico si rinnova quotidianamente in noi, rendendoci capaci di azioni straordinarie. Come lo è stato lui. In una delle ultime lettere di Ozanam, scritta da Pisa meno di due mesi prima della sua morte, il nostro fondatore traccia il ritratto di Angiolo Bertelli, un vincenziano che all’epoca era Presidente della Conferenza di Pontedera. Scrive Federico: “Il Confratello Bertelli è arrotino, ma non arrotino ambulante, ha bottega ben avviata e il giorno di mercato affila le falci, le falcette, le roncole dei contadini. Nelle ore libere, e gli italiani hanno sempre tempo libero, il Confratello Bertelli ha letto molto: egli studia la religione nelle vite e nelle opere dei santi; in queste conversazioni con i migliori geni del cristianesimo ha acquisito in primo luogo una solida istruzione, in seguito una singolare elevazione dei sentimenti, un fascino di linguaggio messo in rilievo da modi naturalmente amabili e delicati. Egli era venuto in abito da lavoro, ma in cinque minuti di conversazione, con poche parole non mi aveva fatto conoscere, bensì vedere con i miei occhi, la piccola Conferenza di Pontedera, le sue opere, le sue difficoltà, le sue speranze e tutto con una semplicità, un tatto, una proprietà di espressione che mi affascinavano l’anima, mentre la sua raffinata pronuncia toscana m’incantava l’orecchio”. Mi piace pensare che quest’uomo in abiti da lavoro che riesce a conquistare l’attenzione di Federico Ozanam, possa essere un po’ te che leggi in questo momento. Mille preoccupazioni delle nostre attività quotidiane non devono distoglierti dal tuo obiettivo principale: avvicinarti a Dio andando incontro a chi vive nel bisogno. Sì, perché c’è posto, nel tuo essere persona normale, per una scintilla di straordinario. Una fiammella accesa al braciere del carisma che fu di Federico Ozanam e degli altri fondatori, che illumina la tua anima e spinge le tue gambe e le tue braccia a farsi parti di quella rete che lui tanto desiderava. Braccia per operare. Gambe per camminare e andare incontro a chi ha bisogno di noi, come facciamo da 190 anni.

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